Proteggersi con creme solari prima di esporsi al sole è importante per tutti

Massima attenzione nei confronti dei bambini. I consigli del dottor Edoardo Colombo in vista dell’estate

Puntualmente, durante il periodo estivo, molte persone si apprestano a trascorrere gran parte della giornata al sole. Gli eritemi e le ustioni, causati per lo più da un’esposizione in modo sconsiderato ai raggi solari, rappresentano la maggioranza delle “emergenze” che si vedono ai posti di primo soccorso durante la bella stagione. Il dott. Edoardo Colombo ci ricorda qui di seguito quale debba essere la condotta da adottare per far sì che il sole ci apporti il massimo beneficio e il minimo danno.

«Tutti sanno – afferma il dott. Colombo – che una pelle chiara o che si abbronza poco necessita di una protezione solare; pochi sanno, invece, che anche le pelli scure o che si abbronzano subito hanno bisogno comunque di una protezione dai raggi ultravioletti. Il fototipo cutaneo, calcolato con una scala internazionale che va da I a VI e che si basa sulla interazione tra il colore dei capelli e quello della pelle, indica già quale tipo di protezione sia necessario e se il soggetto in questione possa o meno ottenere un’abbronzatura.

Anche se è difficile da “digerire”, le persone con fototipo I e II devono rassegnarsi al fatto che la loro pelle non ottiene grandi benefici dall’esposizione ai raggi solari.

Le creme solari sono di due tipologie: quelle che contengono filtri chimici che assorbono i raggi dannosi ultravioletti (UV) e quelle che contengono schermi fisici, per lo più ossidi minerali, che riflettono i raggi UV. Per definire la potenza di una crema è stato identificato il fattore di protezione solare (SPF) espresso da un numero: tanto più alto è il numero, tanto il prodotto dovrebbe proteggerci dal rischio di eritemi.

Solo negli ultimi anni, però, si è capito che le creme solari proteggono bene contro i raggi UVB, un tipo di radiazione che penetra poco nella pelle e che causa dapprima un arrossamento (l’eritema) e quindi una scottatura, ma poco contro i raggi UVA, radiazioni che penetrano profondamente e che causano in prima battuta l’invecchiamento della pelle e poi l’insorgenza di alcuni tumori: è un errore, quindi, utilizzare le creme solari per rimanere più a lungo al sole.

I raggi UVA sono presenti con la stessa intensità per tutta la giornata, dal mattino alla sera, oltrepassano i vetri dell’auto e non provocano l’arrossamento tipico dei raggi UVB: per questo motivo sono più insidiosi.

Consiglio quindi che i bambini fino ad 1 anno di età non vengano esposti alla luce diretta del sole. Dopo l’anno e fino ai 6 anni è preferibile utilizzare creme contenenti schermi fisici piuttosto che filtri chimici. In questa fascia d’età vale la regola di limitare le ore di esposizione solare e favorire l’utilizzo dei mezzi di protezione quali cappello, maglietta, occhiali e ombrellone».

La disostruzione pediatrica, un corso salvavita

In questi anni la cronaca, sempre più spesso, ci informa di tragedie consumate tra le mura domestiche o nelle scuole, situazioni drammatiche che riguardano lattanti e bambini che perdono la vita soffocati da corpi estranei come cibo, palline di gomma, frammenti di plastica o giochi.

Da qui l’esigenza sentita da molte associazioni di volontariato, in primis la Croce Rossa Italiana, di diffondere quanto più capillarmente possibile i giusti comportamenti da seguire in occasione di queste fatalità. Infatti l’intervento dei soccorritori professionisti può non essere sempre immediato per impedimenti od ostacoli oggettivi legati al traffico sulle strade o alla lontananza del luogo dell’incidente dalle strutture di primo soccorso.

Così come avviene in altri paesi (Regno Unito, Francia, Danimarca, Germania) è assolutamente necessario far conoscere le manovre basilari per la disostruzione delle vie aeree (laringe e trachea) in età pediatrica e le manovre accessorie di rianimazione cardiopolmonare ad esse collegate a tutti coloro che non lavorano in ambito sanitario ma che sono a contatto con i bambini come gli insegnanti, le baby sitter, i bagnini, gli istruttori sportivi ecc. Queste manovre salvavita sono considerate talmente importanti che esse vengono rivalutate ed aggiornate a livello mondiale ogni 5 anni, in modo da fornire comportamenti sempre in linea con le procedure mediche più attuali.

Non bisogna aver timore a frequentare questo tipo di corso: si tratta di manovre semplici da apprendere e da eseguire, costituite da un insieme di comportamenti apparentemente di piccola importanza che però possono fare la differenza tra la vita e la morte in fascia pediatrica e non solo. Anche le posizioni da fare assumere ai bambini ed ai lattanti durante i tentativi di disostruzione, per esempio, possono portare o meno al successo dell’intervento e per questo motivo costituiscono parte integrante del corso.

In un paese complesso come il nostro con difficoltà logistiche e spesso agglomerati urbani posti in fondo alle valli o lungo strade montane strette diventa fondamentale conoscere manovre che possono facilitare il compito ai soccorritori nell’intervallo di tempo che intercorre tra la chiamata al 118 ed il suo arrivo. Per toccare con mano quanto siano frequenti queste situazioni, basta ricordare che ogni anno in Italia il 27 % dei decessi accidentali – secondo i dati della Società Italiana di Pediatria – è rappresentato da lattanti e bambini che muoiono per soffocamento da ingestione di un corpo estraneo (palline di gomma, pezzetti di prosciutto, insalata, caramelle gommose, chewing-gum, frammenti di plastica, piccoli giochi ecc.). Spesso il quadro clinico viene peggiorato, anche in modo irrimediabile, dall’intervento di persone che non sanno come agire correttamente ed improvvisano manovre incongrue o addirittura lesive come sollevare per i piedi un bambino che sta soffocando o, peggio ancora, mettere le dita in bocca per provocare il riflesso del vomito. Alla base di tutto quello esposto, un corso per la disostruzione delle vie aeree in età pediatrica è un obbligo morale che interessa tutti coloro che vivono e lavorano a contatto con i bambini.

Dottor Edoardo Colombo, medico chirurgo

Tenersi in forma praticando sport allunga la vita

Lo sport allunga la vita: questo non è più solo un luogo comune. La conferma, infatti, arriva dall’American College of Sports Medicine i cui esperti dichiarano che è possibile prevenire, già da bambini, fino a 40 malattie croniche comuni (dalle malattie delle vene e delle arterie a quelle delle articolazioni ossee, passando per il mal di schiena e il colon irritabile) svolgendo un’attività fisica di soli 60 minuti alla settimana.

L’attività fisica è, insomma, equiparabile ad un farmaco e recenti studi dimostrano che, messi a confronto, medicinali ed esercizio fisico possono dare identici risultati. Praticare sport, specie per i bambini, fa sentire meno soli e fa socializzare. A beneficiarne è soprattutto il sistema cardiovascolare; poi camminare attiva a livello cerebrale la produzione di endorfine, che aiutano molto a ridurre lo stress, il nervosismo, la stanchezza e le tensioni.

L’attività sportiva rende più sani anche i muscoli di braccia, schiena e addome, che nel corso della vita verranno sottoposti a sforzi ed atteggiamenti viziati come guidare o stare davanti al computer; inoltre lo sport mobilizza l’intestino, espande i polmoni e obbliga il rene a funzionare più costantemente. Insomma, una serie pressoché infinita di effetti positivi per chi decide di attivarsi un minimo ogni giorno.

Dunque la prevenzione di molte malattie che accompagnano la nostra vita dai cinquant’anni in poi, attraverso lo sport, deve essere cominciata da bambini. Bisogna infatti considerare che ormai da qualche anno l’obesità in fascia pediatrica sta aumentando in modo preoccupante nei Paesi industrializzati, Italia compresa; questo aumento è causato da molteplici fattori. Innanzitutto anche da noi è cresciuto, globalmente, il numero di bambini “sedentari”: quelli che dichiarano di non praticare sport né attività fisica sono pari al 30% della popolazione pediatrica.

Esaminando le motivazioni per cui non si pratica sport ai primi posti troviamo la mancanza di tempo e di interesse, spesso a causa di genitori poco o per nulla interessati all’attività fisica e che, anzi, vedono lo sport praticato solo come un fastidio personale. Indubbiamente uno dei responsabili di questo mutamento è l’uso improprio dei videogiochi: in ogni famiglia troviamo frequentemente bambini davanti a uno schermo (televisione, consolle, computer), che fatalmente a causa di questa sedentarietà diventano sempre più pigri.

Non è una frase da nostalgici affermare che i bambini di oggi sono molto diversi da quelli di solo due-tre decenni fa; non praticando più i giochi che hanno divertito intere generazioni, quelli che andavano fatti per strada con i coetanei: calciare un pallone, rincorrersi, giocare a nascondino. L’abbandono di questi passatempi “classici” è stato dettato dal profondo cambiamento della società in cui viviamo. Oggi i bambini non hanno le stesse libertà di una volta: spesso i loro genitori sono impegnati sul lavoro, qualche volta anche fuori casa, e preferiscono sapere che i loro figli siano davanti ad uno schermo, piuttosto che in strada con i pericoli che essa comporta. Tutto questo a discapito della socializzazione, importantissima nella fase adolescenziale, e della forma fisica che porta molti bambini nella fascia dell’obesità infantile.

Dott. Edoardo Colombo – medico chirurgo